Giustiniano e l'ultimo tentativo di salvare l'impero


GRANDI PERSONAGGI STORICI - Ritengo che ripercorrere le vite dei maggiori personaggi della storia del pianeta, analizzando le loro virtù e i loro difetti, le loro vittorie e le loro sconfitte, i loro obiettivi, il rapporto con i più stretti collaboratori, la loro autorevolezza o empatia, possa essere un buon viatico per un imprenditore come per una qualsiasi persona.

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Giustiniano

Nato nel 482 a Tauresio, uno sperduto villaggio dei balcani, figlio di un contadino, avrebbe avuto ben altra sorte se la madre, Vigilantia, non avesse avuto la fortuna di essere la sorella di Giustino, l’oscuro soldato che scalando tutti i gradi dell’esercito era riuscito a diventare l’imperatore di Bisanzio nel 518 dC. Ancor prima che questo succedesse, lo zio aveva chiamato a corte Flavio Pietro Sabbazio Giustiniano.

Giustiniano praticò un lungo apprendistato che lo vide prima assistente, poi sostituto, ancora co-reggente e infine sempre più effettivo imperatore a fianco dello zio.
Fu in quegli anni, durante i quali svolse anche il servizio militare, contrassegnato da rapidi avanzamenti di carriera, che Giustiniano ebbe modo di stringere amicizia con Belisario, colui che letteralmente sarà il “braccio” attraverso il quale il futuro imperatore eserciterà la potenza militare su cui dispiegherà la riscossa bizantina. E sempre in quel periodo, intorno al 525, Giustiniano ebbe l’incontro fatale con colei assieme alla quale era destinato a formare una delle coppie più chiacchierate del Medioevo, ovvero Teodora.
I trascorsi di Teodora, almeno a leggere l’“edificante” ritratto tracciato dall’inarrivabile Procopio di Cesarea nei suoi Anekdota, erano stati a dir poco burrascosi. L’autore le attribuisce infimi natali, insinuando che fosse la figlia di Acacio, il guardiano d’animali dell’ippodromo di Costantinopoli. A ogni modo, dopo aver generato la fanciulla nel 502, costui morì lasciando sola la moglie che, oltre a Teodora, doveva provvedere anche al sostentamento di altre due figlie, Còmito e Anastasia. Le tre fanciulle erano dotate di una bellezza che non passava inosservata. Così la madre non ebbe difficoltà a individuare nelle figlie la leva su cui contare. La maggiore, Còmito, era già una cortigiana affermata quando la piccola Teodora iniziò a seguirla, vestita con una tunica corta che non lasciava nulla all’immaginazione, seppur limitata a un corpo che doveva essere ancora quello di una bambina. Ciò non impedì alla precoce Teodora di iniziare a intrattenere gli schiavi al seguito degli spettatori che affollavano le performance della sorella. Teodora giunta all’età della pubertà era una vera e propria «meretrice, di quelle», scrive Procopio, «che una volta si chiamavano da marciapiede; ciò perché non aveva nessun’arte, non era flautista, né artista e neppure conosceva la danza, ma dava il suo bel frutto a chi capitava, utilizzando unicamente il suo corpo» che doveva essere indubbiamente bello.
Questo le permise di entrare a far parte di una compagnia di mimi, in cui faceva da spalla alle loro trivialità, dedicandosi alla pantomima e alle battute salaci, non vergognandosi di sconfinare nella spudoratezza. Al punto da alternare gli spettacoli in scena con altrettante e prestazioni consumate a latere del palco, durante le quali sapeva intrattenere chiunque le capitasse con modalità talmente coinvolgenti da irretire morbosamente chiunque aveva la ventura di legarsi a lei. Spesso si accoppiava con tutti non lesinando di distribuire la sua carità universale anche ai servi, riuscendo addirittura a soddisfarne svariati contemporaneamente e anzi lamentandosi che la natura non avesse concesso orifizi anche ai suoi seni, altrimenti sarebbe stata in grado di aumentare il numero di avventori ai quali avrebbe provveduto in un colpo solo. È ovvio che il racconto di Procopio pecchi di quell’iperbole ispirata dall’idiosincrasia che l’autore, sufficientemente snob per via del suo status di alto papavero imperiale, nutriva nei confronti delle umili origini della futura sovrana. Senza contare che l’intento sulfureo dello scrittore era quello di colpire lei assieme a Giustiniano, identificandoli come causa delle sciagure che si abbatteranno su Costantinopoli e divenendo in questo interprete fedele dei sentimenti del popolo bizantino.
Alcune fonti sostengono che Teodora, in preda a una crisi spirituale si sarebbe gettata ai piedi del futuro sposo. Ovviamente più crudo Procopio, che attribuì l’appuntamento alle manovre di Macedonia, una ballerina ben introdotta a corte che permise così a Teodora, sua amica, di adescare Giustiniano e di irretirlo con le grazie delle più dissolute arti amatorie. Non dovette impiegare molto, se è vero che l’allora console, fresco di una nomina che lo poneva al comando delle truppe orientali, si era mantenuto sino a quel momento vergine, in ottemperanza alle sue letture tra le quali spiccavano gli insegnamenti di sant’Agostino. La visione di una fanciulla di ventidue anni, conturbante, con quel bagaglio di esperienza, deve avergli scatenato il fuoco. Fu dunque amore a prima vista, attraverso il quale Teodora, inconsapevolmente, vedeva realizzato il sogno avuto precedentemente e prontamente confidato all’amica Macedonia, nel quale le veniva predetto che «sarebbe andata a letto con il capo dei demoni e sarebbe diventata la sua legittima moglie, e da quel momento sarebbe diventata padrona d’ogni ricchezza. Quel signore diabolico si presentava proprio nella persona di Giustiniano.
In effetti è proprio così che lo dipinse il solito Procopio nella sua velenosissima Storia segreta, l’alternativo nome con il quale gli Anekdota sono stati emendati alla memoria. Dopo aver indugiato sui tratti fisici, lo scrittore quando si tratta di contemplare le caratteristiche morali di Giustiniano, le riduce a una summa di tutte le nequizie umane. Così scrivendo, da un lato Procopio rivendicava la sua validità di storico che riportava solo fatti ai quali fosse stato testimone attendibile, dall’altro devastava la memoria del basileus che appariva così un personaggio avido, un tiranno, malvagio e ingenuo, falso, imbroglione, tenebroso nell’ira, campione di doppiezza, perfetto nel dissimulare un’opinione, bugiardo, capace di piangere, non di piacere o di dolore ma per la sua grande abilità d’adeguarsi alle esigenze immediate, sanguinario e predatore di ricchezze altrui.
Procopio sconfinò nel grottesco attribuendo al povero Giustiniano addirittura una natura diabolica, come precedentemente anticipato. Intercettando voci e sussurri che serpeggiavano a corte, lo scrittore ricordava come i suoi collaboratori, abituati ai ritmi insonni del futuro basileus, avrebbero più di una volta scorto un demone assiso sul trono al suo posto; o addirittura giuravano di aver visto scomparire la testa del sovrano mentre il suo corpo continuava bellamente a passeggiare; o assicuravano di aver assistito alla liquefazione del volto di Giustiniano che per alcuni istanti avrebbe devastato i suoi lineamenti, prima di un ritorno alla normalità dopo un tempo che allo spettatore deve essere sembrato interminabile. Tutto ciò si attagliava alla diceria secondo la quale lo stesso concepimento di Giustiniano sarebbe da attribuire a una copula avvenuta tra la madre e un demone non meglio identificato.
Qui Procopio sfruttava mirabilmente un mito di antichissima tradizione orientale, affermato tra egiziani e babilonesi, secondo cui le origini divine del sovrano si sarebbero manifestate attraverso un concepimento soprannaturale: basti pensare al serpente che avrebbe generato Alessandro Magno. Ma lo fece piegandolo ai temi della tradizione e della letteratura monastica, sovvertendone completamente il significato per cui il figlio del dio diventava figlio del diavolo.
Affermare che l’imperatore era figlio del diavolo equivaleva ad attribuirgli una blasfemia insopportabile. Ora, verrebbe da chiedere come e perché uno scrittore stimato come Procopio, il cronista ufficiale che magnificò Giustiniano tributandogli la stesura della Storia delle guerre, persiana, vandalica e gotica, in cui offriva ben altra descrizione del basileus, si fosse arrischiato a produrre un pamphlet così corrosivo e così, diciamolo pure, fuori dalle righe. La risposta è abbastanza semplice e va scovata nell’acrimonia vissuta nel periodo in cui, assecondando la sorte di Belisario di cui era fidato segretario, fu allontanato dalla corte di cui non godeva più i favori. Ciononostante, sarebbe ingiusto bollare questa particolarissima opera come il frutto di una maldicenza livorosa, se è vero che ben altri due autori, Evagrio Scolastico e Giovanni Zonara, rispettivamente nella Storia Ecclesiastica e nell’Epitome delle storie, non lesinarono bordate contro l’operato dell’imperatore, tanto da lasciare intendere che le accuse mosse contro Giustiniano riflettevano lo stato d’animo di una parte dei sudditi e facevano risaltare le lunghe ombre di un personaggio la cui politica non fu solo fulgore sublime.
L’unione tra Giustiniano e Teodora diventerà una sorta di archetipo, espressione di quella complicità raramente eguagliata nel corso della Storia. Interpretando un sapiente gioco delle parti, i due instaureranno una sorta di “diarchia del talamo”, attraverso la quale fingendo contrasti e contrapposizioni, utili per destabilizzare gli estremismi che alitavano in città e a corte, conducevano in realtà un gioco politico nel quale procedevano al contrario compatti e saldi, in un’univocità di vedute.
Nel 527 Giustiniano formalizzava un potere che di fatto deteneva quando, morto lo zio, assumeva la piena dignità della basileia. Che sul trono di Costantinopoli non sedesse uno qualunque lo si intuì dai primi vagiti del suo regno. Giustiniano infatti fece proprie le istanze della renovatio imperii che furono di Costantino e che sopravvissero attraverso il dominio della dinastia dei secondi Flavii e di Teodosio, rinvigorito attraverso il recupero di un respiro universalistico che rappresentò la caratteristica più saliente della tradizione romana. Esattamente come Costantino, Giustiniano individuò nel cristianesimo l’elemento attraverso il quale legittimare la propria concezione del potere, finendo ben presto per sopravanzarla.
Sfruttando l’impianto teologico della religione che ormai si era profondamente radicata in tutti i territori dell’impero, Giustiniano spinse alle estreme conseguenze tali convinzioni, presentandosi come un essere celeste mandato nel mondo per il suo benessere, che si esplicava attraverso un dominio universale. Come rilevava Temistio, eloquente filosofo della sua corte, egli era la creatura più eminente del mondo, a imitazione di Dio nelle sue virtù. La persona imperiale diveniva dunque santa: alla sua presenza si parlava con rispetto, i suoi dignitari si riunivano in concistori le cui sedute erano significativamente dette silentia, il suo palazzo era sacro come le sue legioni, e i suoi abiti diventavano paludamenti e calzature d’oro e pietre preziose, diademi imperlati; di lui si parlava come «nostra clementia, nostra pietas, nostrum numen» e chi lo offendeva era sacrilego.
Grazie a una compiuta adesione al cristianesimo, una religione asiatica le cui radici semitiche affondavano in quell’Oriente in cui era nata la concezione monarchico-sacrale universale, l’imperatore poteva così riallacciarsi al dispotismo tipico dell’area, scrollandosi di dosso i retaggi della res publica che invece avevano “impastoiato” Roma e l’Occidente. Le tensioni attraverso le quali scivolerà in posizioni sempre più assolutistiche, tali da divenire eretiche, furono condite dalla passione conflittuale che lo legava all’avvenente moglie Teodora, capace di dare un sapore carnale anche alle più rarefatte dispute teologiche che lo opponevano al consorte. Il quale al momento, proteso verso la ricerca di una vantaggiosa unità della Chiesa, squassata da divisioni più o meno serie, concretizzò i suoi sforzi attraverso un atto che farà storcere il naso a tutti gli analisti successivi. Nel 529 infatti, una delle prime disposizioni che il neoimperatore adottò fu la chiusura dell’Accademia di Atene e la confisca del suo patrimonio, coronando un percorso di intolleranza antipagana che aveva già goduto dei “meravigliosi” frutti di Teodosio. Fu così che i filosofi neoplatonici, gli ultimi custodi della sapienza antica, presero la via dell’Oriente, attratti dalla luce di Gondishapur, centro di medicina e di filosofia che grazie alle gesta di Alessandro Magno aveva ricevuto e conservato un impianto aristotelico ricettore della tradizione che verrà ancora riconosciuto in epoca islamica.
Peccato che i poveri saggi, convinti di recarsi alla corte dell’“illuminato” Kavad, ignorando che questi era ormai un fantoccio nelle mani del figlio, il principe Cosroe, dovettero fare i conti con la politica assolutista instaurata da quest’ultimo, non a caso passato alla storia come il custode dell’ortodossia religiosa e il difensore dell’identità nazionale sasanide. Costretti a ritornare sui loro passi, si fermarono per un certo periodo nel centro neoplatonico di Harrân finché, rientrati nell’impero bizantino, in mancanza di una propria scuola, si limiteranno a offrire attraverso gli insegnamenti privati quella libertà dello spirito che la teocrazia voleva soffocare. A tale forma infatti era approdata la concezione politica di Giustiniano che non a caso, proprio a partire dallo stesso anno, il 529, pubblicava la prima edizione del Codex iuris civilis (tale il nome assunto dal complesso a partire dal XVI secolo), la raccolta di leggi che diventerà uno dei monumenti su cui costruirà la sua fama imperitura. La riforma giuridica.
Corrispondendo a uno statuto ontologico, etico e politico che lo trasfigurava in nòmos èmpsukos, “legge vivente”, Giustiniano “informava” così la realtà attraverso una codifica giuridica che, oltre a svolgere l’apprezzato compito di riunificare e uniformare il diritto romano sino ad allora conosciuto, sottintendeva il disegno giustinianeo di subordinare la vita culturale e giuridica alla monarchia assoluta. La conseguenza più significativa di tale condotta politica fu il predominio della funzione giuridica assolta dallo Stato nella persona dell’imperatore: sorgeva così l’ideologia di Stato, espressa attraverso un pensiero dogmatico che, per dettar legge sia in politica sia in teologia, mandava in esilio il Logos, il principio spirituale dell’uomo celebrato tanto dalla tradizione patristica quanto dalla filosofia neoplatonica.
Fu questo il compito che assunse, in un lasso di tempo notevolmente breve, una commissione di dieci esperti formata da alti funzionari e dal giurista Triboniano. Alla prima pubblicazione, costituita da una scelta ragionata ed emendata delle Costituzioni imperiali ancora in vigore, seguì una seconda nel 534, dove furono incorporate numerose novelle di aggiornamento. Sempre su impulso di Triboniano, il lavoro fu completato in quell’anno da una raccolta di estratti di testi giuridici classici, il Digesto, e da un manuale, le Istituzioni, che incorporava i lavori degli autori romani riassumendo le riforme imperiali più importanti.
Alla fine dell’XI secolo il Codex verrà “riscoperto” in Italia e utilizzato come base per il diritto canonico; studiato a Bologna nel programma della prima università, finirà per costituire le fondamenta della giurisprudenza occidentale che ora si estende in tutto il mondo, come testimonia la profonda persistenza dell’uso continuo di locuzioni latine: se i giuristi avessero un santo protettore, questi sarebbe di certo Giustiniano.
Il sogno universalista cullato dall’imperatore non poteva prescindere da un punto fondamentale: il consolidamento dei territori imperiali, dentro e soprattutto fuori i confini. Ciò significava intraprendere un’ambiziosa azione di riconquista che si inseriva in uno scacchiere internazionale in cui, dopo le traumatiche perdite africane subite per mano dei vandali e quelle molto più dolorose patite in Italia a opera degli ostrogoti, si respirava tutto sommato un’atmosfera tranquilla. D’altro canto, non esistevano più potenze rivali a nord di Costantinopoli, così come a sud o a est del Danubio, dove nonostante l’assenza dei goti, fino a poco tempo prima utili a svolgere una funzione di cuscinetto, si erano registrate tra il 493 e il 502 solo sporadiche incursioni di un popolo di origine turca, i bulgari.
Oltre l’Adriatico, il regno ostrogoto d’Italia aspirava a buone relazioni con l’impero e parte della sua élite sperava in una riunificazione con esso, soprattutto alla luce dell’alleanza stipulata con i franchi e prontamente annotata da Gregorio di Tours nella sua Historia Francorum, in cui si sottolineava come il conferimento a Clodoveo, nel 508, del titolo di console onorario, rientrasse in una strategia mirata a contenere Teodorico a ovest e a nord. I vandali e gli alani che avevano conquistato l’Africa nel secolo precedente erano ancora presenti, ma non minacciavano più spedizioni navali contro l’Egitto. A sud, un gioco di alleanze realizzato attraverso il sostegno apportato al regno etiopico e cristiano di Axum, con la relativa conquista di Himyar in Arabia nel 524-25, e l’intesa con gli arabi cristiani ghassanidi, il cui re Harith-Arethas veniva creato patrizio, mirava a controbilanciare la potenza persiana che, al momento, appariva come l’unica capace di impensierire l’impero.
L’impero sasanide rimaneva una permanente minaccia, non mitigata né dal reciproco rispetto, né dai frequenti negoziati o trattati formali di cui la pace eterna rappresentava l’ultima incarnazione: rimarranno necessarie una persistente vigilanza e la capacità di schierare con rapidità i rinforzi, anche se spesso questi risulteranno insufficienti a contenere la potenza persiana nel Caucaso, così come in tutta la contestata Armenia, giù fino alla Siria meridionale.
Vi furono anni di lotte intestine tra due fazioni, i verdi e gli azzurri, che produssero migliaia di morti e che solo la spada di Belisario riuscì a domare. È possibile che il disordine interno abbia spinto Giustiniano a procurarsi un diversivo lanciando la spedizione africana e le altre operazioni di “riconquista” in Occidente, ma niente impedisce che esse corrispondessero a un piano premeditato.
Il basileus infatti era conscio di come, in virtù dell’apporto procurato dagli unni che, al disgregamento del loro impero, avevano scelto di reinventarsi come mercenari al servizio di Bisanzio, l’esercito imperiale avesse subito una vera e propria rivoluzione tattica: pur mantenendo l’abilità nel battersi corpo a corpo con la spada e la lancia da punta, i suoi componenti ormai padroneggiavano la difficile tecnica del tiro con l’arco dall’arcione attraverso i potenti archi ricurvi. In tal modo la cavalleria era ormai diventata l’arma principale delle armate imperiali, avendo adottato una tattica agile grazie alla quale, ciò che poteva mancare ai singoli cavalieri veniva compensato dalla maggiore elasticità dei loro disciplinati e compatti reparti.
Detto in altri termini, l’esercito imperiale otteneva una superiorità operativa sui vandali e gli alani d’Africa, oltre che sugli ostrogoti d’Italia. Gli alani erano infatti abili soprattutto a cavallo, vandali e goti erano combattenti formidabili nel corpo a corpo, perfettamente in grado di organizzare importanti spedizioni, e non privi di capacità d’assedio: tutti però erano privi dell’abilità di lanciare armi e di mobilità sul campo. Inoltre Giustiniano, che tra i suoi grandi meriti ebbe quello di riuscire a individuare al meglio i propri collaboratori, sapeva di poter contare sulla perizia militare di Belisario, il quale non a caso diverrà famoso per la sua capacità di ricorrere a infinite risorse, inventando sempre nuovi stratagemmi e soluzioni. Procopio ce lo descrive come un generale abilissimo nell’evitare la guerra di logoramento e maestro nello sfruttare al massimo quella di manovra.
Fu soprattutto in virtù del talento di un simile condottiero che Giustiniano, nell’estate del 533, poteva contemplare quasi a cuor leggero (o per lo meno gonfio di concrete speranze) il contingente che lasciava il Corno d’Oro alla volta dell’Africa: 10.000 fanti e 8000 cavalieri, a bordo di 500 navi da trasporto con 30.000 uomini d’equipaggio, scortati da 92 galere da guerra. Si trattava senza dubbio di una spedizione impressionante, ma 18.000 soldati non sarebbero stati comunque sufficienti ad attaccare i vandali e gli alani, per non parlare degli ostrogoti – le cui formazioni militari erano appoggiate dalle truppe dell’intera Italia – se non in virtù dei vantaggi tattici e operativi della manovra con forze di arcieri a cavallo, gli unici in grado di garantire alcune possibilità di successo.
Le armate fecero scalo in Sicilia, dove appresero da alcuni mercanti che la flotta vandalica aveva lasciato Cartagine alla volta della Sardegna, nella quale l’impero aveva fomentato una ribellione. I bizantini sbarcarono così senza difficoltà in Bizacena (Caput Vada, nell’attuale Sahel tunisino), impadronendosi quasi senza colpo ferire di Cartagine il 14 settembre 533 e recuperando i tesori che Genserico aveva portato via da Roma nel 455, ivi comprese, si dice, le ricchezze che Tito aveva precedentemente trafugato dal Tempio di Gerusalemme.
Il re Gelimero fu costretto alla fuga e, incapace di resistere a lungo, fu imprigionato ed esibito nel trionfo celebrato a Costantinopoli nel 534, prima di essere esiliato in Asia Minore, mentre una parte delle sue truppe veniva arruolata nell’esercito bizantino e inviata sul fronte persiano. L’editto del 534 poteva così organizzare la prefettura d’Africa, che seppur ridotta rispetto all’epoca romana rimaneva una vasta provincia che inglobava i territori vandalici dalla Tripolitania fino alle Baleari, la Corsica e la Sardegna, la Numidia, una parte della Mauretania Sitifense, alcuni scali come Septem (Ceuta) e Tingi (Tangeri).
Una volta assicuratosi che la difesa del territorio poggiasse su una rete pianificata di fortificazioni che permettevano il controllo delle zone circostanti per mezzo di guarnigioni ridotte (risultata valida sino alle prime incursioni arabe del 646), Giustiniano non dimenticò di perseguire gli ariani presenti in zona, restituendo al cattolicesimo il rango di religione ufficiale. Gli ariani d’altronde erano in buona compagnia. Nel tentativo furioso attraverso il quale Giustiniano cercava di ricomporre l’unità della Chiesa, le altre confessioni furono schiacciate senza alcuna pietà. Abbiamo già appurato come il fondamentalismo giustinianeo avesse comportato la chiusura della scuola filosofica ateniese. Ebbene, la lotta al paganesimo si protrasse attraverso le confische dei beni, le torture e i roghi, sfociando in una conversione forzata di massa. Solo in Asia Minore, Giovanni di Efeso sostenne di aver convertito 70.000 anime, mentre altre popolazioni quali gli eruli, gli unni che dimoravano nei pressi del Don, gli abasgi e gli tzani in Caucasia furono costrette a piegarsi alla cristianità. Ad Augila, nel deserto libico, l’adorazione di Amon venne proibita, pena la morte; i templi e le statue vennero distrutti, i libri bruciati, come i resti del culto di Iside sull’isola di Philae sul Nilo. Il presbitero Giuliano e il vescovo Longino condussero una missione tra i Nabatei e Giustiniano tentò di rafforzare la cristianità nello Yemen inviandovi un ecclesiastico dall’Egitto. Anche gli ebrei se la videro brutta. A questa lista si aggiunsero i samaritani, assolutamente refrattari al cristianesimo e per la verità in rotta pure con gli ebrei. L’imperatore li aveva privati persino del diritto di acquistare proprietà, finché nel 529 era scoppiata una rivolta puntualmente repressa nel sangue. A questa seguì una seconda sollevazione nel 556, stavolta in combutta con gli ebrei, che incendiò la regione di Cesarea. Di nuovo Giustiniano reagì con spietata durezza, affidando alle armi e ai roghi la risoluzione del problema. La soluzione definitiva verrà adottata solo dal successore Giustino ii, che non troverà nulla di più efficace se non ricorrere al genocidio dell’intera popolazione. A chiudere la sfilza dei perseguitati contribuirono loro malgrado i manichei, gli intransigenti dualisti rei di credere unicamente nella contrapposizione tra un sommo bene e un sommo male: costoro subirono prima l’esilio e la confisca dei loro beni, poi, epurati soprattutto a Costantinopoli, furono in parte affogati e in parte arsi vivi, a rinnovare quella dicotomia cui tanto sembravano affezionati.
Frattanto gli eventi maturavano al punto da concedere all’imperatore l’occasione agognata di intervenire in Italia. Qui, la reggente degli ostrogoti Amalasunta – la figlia di Teodorico che, in attesa della maggiore età del proprio pargolo Atalarico, si era posta proprio sotto la protezione bizantina – fu assassinata dal cugino Teodato, che con quell’iniziativa si impossessava del trono. Per la verità Procopio insinuò che quella morte fosse piuttosto il frutto della gelosia di Teodora che, preoccupata dalla bellezza di Amalasunta, per giunta descritta come colta e di carattere virile, soffocava così sul nascere la sua intenzione di trasferirsi a Bisanzio. Comunque siano andate le cose, Giustiniano aveva il suo pretesto che non esitò a sfruttare: Belisario, che ricopriva il consolato dal 1º gennaio 535, fu catapultato in Sicilia mentre l’unno Munda attaccava contemporaneamente l’estensione orientale del regno goto in Dalmazia. Belisario non incontrò grosse difficoltà in Sicilia, riuscendo a conquistarla in breve tempo, mentre il suo collega faceva altrettanto al di là dell’Adriatico. Allarmato dai primi successi bizantini, l’usurpatore Teodato avviò trattative di pace con Giustiniano, promettendo di consegnare il regno ostrogoto all’impero in cambio di una pensione annuale. Tuttavia, un’insperata vittoria gota in Dalmazia ebbe l’effetto di inoculare nel re rinnovate speranze, che lo portarono a desistere dal proseguire la via diplomatica e a perseguire piuttosto la strada delle ostilità. Belisario procedeva intanto come un rullo compressore e nel 536 attraversò lo stretto di Messina, sottomettendo senza trovare quasi alcuna opposizione l’Italia meridionale, compresa Napoli, che conquistò offrendo prova di tutte le qualità suddette. Dopo un assedio di venti giorni, il generale preferì infatti non assalire le sue solide mura ma tentare un audace colpo che rappresentò una vera e propria sfida alla sorte. Era avvenuto che un soldato, spinto dalla curiosità, aveva esplorato l’acquedotto sotterraneo (il cui flusso d’acqua era stato interrotto all’inizio dell’assedio), scoprendo che il condotto, seppur ristretto, permetteva di proseguire oltre le mura fino all’interno della città. Il commando proseguì fino a raggiungere un tratto scoperto, quindi proseguì fino alle mura, dove riuscì a eliminare la guarnigione di ben due torri prima che qualcuno si accorgesse della sua presenza. A quel punto Belisario fu in grado di lanciare un attacco con le scale verso le mura sguarnite, occupando Napoli senza un costoso assalto. Quindi mosse alla volta di Roma, che il 9 dicembre gli aprì le porte come a un liberatore.
Nel frattempo i goti, esasperati dalla passività di Teodato, lo uccisero eleggendo re Vitige, il quale preparò la controffensiva che si concretizzò nell’assedio sferrato contro Roma, protrattosi per oltre un anno. Ancora una volta l’ingegno di Belisario si palesò improvvisando la costruzione di mulini galleggianti, mossi dalla corrente del Tevere, per lenire la fame della popolazione cinta dal nemico. Intanto che questa si macerava, all’interno delle mura andava in scena una battaglia meno cruenta ma assai più gravida di conseguenze. Giustiniano infatti, alla ricerca di quell’unità che non poteva prescindere da quella della Ecclesia, stava giocando una partita sottile con la sede apostolica, che vide in quel frangente intromettersi bruscamente un terzo incomodo, sua moglie Teodora.
È necessario comprendere che mai nella storia della Chiesa antica indivisa ci fu un imperatore che, al pari di Giustiniano, esercitò un ruolo così preponderante nella vita religiosa. Già poco dopo l’ascesa dello zio, nel 518, egli, agendo da vera e propria eminenza grigia, si era impegnato nella ricomposizione dello scisma monofisita sorto tra Roma e Bisanzio sin dal 483. La frattura era nata in merito alla forma di cristologia elaborata da Eutiche, archimandrita di un monastero costantinopolitano del V secolo, secondo la quale la natura umana di Gesù era assorbita da quella divina e dunque in Lui era presente solo la seconda. Tale interpretazione si poneva in netto contrasto con quella propugnata da Nestorio, il patriarca di Costantinopoli convinto assertore del difisismo, ovvero della compresenza non solo delle due nature umane e divina, ma addirittura di due persone distinte, ognuna delle quali caratterizzate da quelle prerogative.
Il concilio di Efeso del 449 decretò l’ortodossia del monofisismo, salvo essere ribaltato completamente dall’esito del concilio di Calcedonia del 451, che invece dichiarò eretiche le teorie di Eutiche e, seppur accettando quelle nestoriane, le sopravanzò affermando che la doppia natura di Cristo viveva in un’unica persona in virtù dell’unione stabilita tramite l’incarnazione. Giustiniano appoggiò dunque tale risoluzione, fortemente caldeggiata all’epoca dalla potentissima sorella di Teodosio II, Pulcheria, e seppur non si tirò indietro nel perseguire i vescovi monofisiti, lasciando che fossero privati della loro carica ed esiliati, mentre le comunità monastiche eretiche in Oriente venivano disperse e i loro conventi chiusi, nutriva ancora la speranza di condurre a una riconciliazione con le frange più moderate del monofisismo. In tutto ciò, il riconoscimento della sede romana come più alta autorità ecclesiastica rimase la chiave di volta della sua politica occidentale, nonostante suonasse offensiva a molti in Oriente.
Comunque Giustiniano, una volta salito al trono, non rinunciò a trovare una formula teologica compromissoria che potesse andare bene sia per i Calcedoniani che per i monofisiti moderati. Nel 529 permise ai vescovi esiliati di ritornare e li invitò a partecipare a un’assemblea che avrebbe dovuto risolvere la questione. Questa, tenutasi nel 531, non portò però a risultati. Giustiniano non desistette dal tentativo di conciliazione e trovò una possibile formula teologica di compromesso nella dottrina teopaschita secondo la quale Gesù, in quanto Dio, non provò realmente la sofferenza e non morì. Anche se all’inizio Giustiniano era dell’opinione che la questione ruotasse attorno a concetti di vuota importanza, col tempo si persuase che la formula in oggetto non solo appariva ortodossa, ma poteva servire come ottima misura conciliatoria nei confronti dei monofisiti; perciò si impegnò a usarla nella conferenza religiosa del 533, sperando di ricomporre vanamente la diatriba sorta con i seguaci di Severo di Antiochia, ovvero l’esponente più eminente del partito monofisita. Ancora, Giustiniano la perfezionò con l’approvazione nell’editto religioso del 15 marzo 533, e si congratulò con se stesso quando l’allora papa Giovanni II ammise l’ortodossia della confessione imperiale. Questo tentativo di compromesso non toccava però la questione principale e non ebbe grande fortuna, soprattutto quando, intrapresa la guerra contro i goti, l’imperatore virò verso una politica mirata ad attrarre il favore degli italici di fede calcedoniana, abbandonando così ogni tentativo di compromesso e avviando una nuova persecuzione contro i monofisiti. Benedetta dal nuovo papa Agapito I, succeduto a Giovanni II nel 536, la nuova azione ebbe come immediata conseguenza la deposizione del patriarca di Costantinopoli Antimo, monofisita voluto fortemente da Teodora, che di quella corrente era convinta sostenitrice.
L’influenza dell’imperatrice a corte era cresciuta a dismisura grazie al prestigio da lei conseguito per il modo virile con cui aveva fronteggiato la rivolta tra verdi e azzurri nel 532. Così, di fronte all’esclusione del suo protetto, resa ancor più indigesta dall’elezione a patriarca del calcedoniano Mena, che già nel maggio del 536 convocava un sinodo di condanna degli scritti dei patriarchi monofisiti Antimo e Severo, ratificato prontamente da un editto imperiale, Teodora si oppose drasticamente alla politica del marito; pose pertanto sotto la sua protezione i membri più eminenti della Chiesa monofisita, ma soprattutto tramò in segreto per porre sul seggio papale un pontefice che appoggiasse il monofisismo.
Così, si mise in contatto con l’apocrisario papale Vigilio, promettendogli che avrebbe fatto in modo che divenisse papa, ma solo a condizione che avrebbe ripudiato il concilio di Calcedonia e ristabilito Antimo come patriarca; quindi, attraverso il legame che la univa ad Antonina, la moglie di Belisario che al pari di lei vantava un passato hardcore di tutto rispetto, si apprestò a mettere in scena il suo personalissimo golpe. Ora, è necessario comprendere il particolare rapporto instauratosi tra la virago Antonina e il generalissimo Belisario. Costui infatti viveva una strana dicotomia che, se da un lato lo mostrava come un brillante condottiero, capace di conquistare i popoli e di porre in ceppi sovrani, dall’altro lo vedeva come un docile gattino soffocato dalle grinfie della perfida moglie, per la quale provava un amore incondizionato che lo rendeva succube per non dire schiavo. Fu così che il nobile Belisario si prestò al gioco indotto dalla moglie, voluto da Teodora alla quale era legata da un connubio che sconfinava nel torbido e nell’illecito. Pertanto, la presenza del generale a Roma nel 537 fu sfruttata dall’imperatrice per deporre l’allora pontefice Silverio, che aveva sostituito sul soglio Agapito morto da pochi mesi. Il poveretto si vide accusato di tradimento e connivenza coi goti e imprigionato senza che Giustiniano riuscisse a fare nulla nei suoi confronti.
Teodora così otteneva che Vigilio divenisse il successore, ignorando quanto quest’ultimo si sarebbe rivelato esiziale per la causa monofisita. Tutt’altro che propenso a mantenere quanto promesso all’imperatrice, il nuovo pontefice si rivelerà al contrario assolutamente aderente all’ortodossia di Calcedonia, innescando una serie di meccanismi che saranno risolti solo successivamente, attraverso il famoso affaire dei “Tre Capitoli”.


Eugenio Caruso - 16 gennaio 2018

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Giustiniano, che sino a quel momento si era dimostrato parco nell’inviare aiuti a Belisario, fu costretto ad assecondarne le richieste, se non voleva perdere la città così strenuamente difesa e, soprattutto, se non voleva che la riconquista naufragasse miseramente. I rinforzi permisero al generale di togliersi dall’impaccio, ma a bene vedere costituirono un rimedio se possibile peggiore del male. Il capo delle truppe inviate da Giustiniano era infatti Narsete, un brillante comandante per nulla disposto a sottostare agli ordini di Belisario. D’altro canto, la discrezionalità di cui l’aveva investito l’imperatore era segno evidente di quanto Giustiniano temesse che l’ascendente di Belisario raggiungesse vette incontrollabili. Così, la scelta adottata dal nuovo venuto di intraprendere la conquista dell’Emilia nonostante il disaccordo del collega finì per creare attriti che si rivelarono dannosi. La conseguente disunione dell’esercito imperiale, diviso tra una fazione fedele a Belisario e l’altra al seguito di Narsete, comportò la riconquista gotica di Milano e l’eccidio della popolazione, in seguito alla quale Giustiniano fu costretto a richiamare Narsete a Costantinopoli.
Al momento Belisario, senza più l’impaccio del rivale, poteva intraprendere la sua lenta ma inesorabile marcia, che coronò con la conquista della capitale gotica Ravenna, ottenuta con l’inganno nel 540 e con la cattività di Vitige, che traslò a Costantinopoli dove lo esibì in trionfo insieme allo sfolgorante tesoro di Teodorico. Il successo però, secondo Procopio, suscitò la gelosia di Teodora, la quale, sempre a detta dello storico, già attratta dalle grazie virili del generale mal digeriva di non essere ricambiata da quello, che continuava ad avere occhi solo per la moglie.
Assai più verosimile appare l’invidia che Giustiniano iniziava a covare per il proprio generale, non potendo soffrire che Belisario, oltre a mietere continue vittorie sul campo di battaglia, accrescesse attraverso di esse una ricchezza che iniziava a rivaleggiare con lo stesso patrimonio pazientemente raggranellato dall’imperatore grazie a un’asfissiante regime tributario. Così il generale, che pure aveva rifiutato la corona imperiale offertagli dagli ostrogoti a Ravenna, fu sospettato di intrighi faziosi, inviato sul fronte persiano e poi destituito nel 542, patendo per giunta la confisca dei propri beni che, in fin dei conti, costituivano il motivo principale per cui tutte le accuse a suo carico erano state montate.
Si era giunti ormai agli anni quaranta del VI secolo, destinati a segnare uno dei periodi più drammatici per la storia dell’impero e dello stesso Giustiniano, costretto a subire una serie di catastrofi e rovesci su tutti i fronti. Inquietato dai successi bizantini in Occidente e dai progressi del cristianesimo nel Caucaso, il re persiano Cosroe I approfittò dell’indebolimento della presenza militare bizantina in Asia per lanciare un’offensiva in Mesopotamia e impadronirsi di Antiochia. La metropoli, mal difesa, fu catturata e abbandonata al saccheggio mentre una parte della sua popolazione fu deportata. Già provata dai terremoti del 526 e 528, la città fu ricostruita ma i suoi bastioni restaurati lasciarono fuori l’isola dove si trovavano il palazzo e l’ippodromo, la cattedrale e altri monumenti importanti, a riprova di come le difficoltà vissute nel frangente dall’impero bizantino permettessero solamente interventi d’emergenza.
Da quel momento, con l’impero sasanide si instaurò un costante regime di tensione in cui le due potenze si mantennero in un sostanziale equilibrio di forze, finché a condizionare pesantemente l’intero contesto contribuì in maniera devastante l’esplosione di una violenta pandemia.
La “Grande peste” si manifestò nell’autunno del 541 in Egitto, e colpì Costantinopoli nella primavera del 542 raggiungendo nello stesso anno anche Gaza, Antiochia e la Siria; quindi, seguendo il percorso delle rotte commerciali marittime che la trasportarono insieme alle merci, si estese in Asia Minore, nei Balcani sino a lambire l’Occidente nel 543, diffondendosi soprattutto nelle città e nelle regioni litoranee. Si trattò di una calamità di dimensioni bibliche, tale che le sue ricorrenze, cicliche fino alla fine del secolo, non si diradarono che in quello successivo. Sebbene i contemporanei ne abbiano lasciato resoconti più o meno condizionati dall’imitazione di Tucidide nessuno di questi appare esagerato, nonostante tanti studiosi si siano prodigati a sostenere il contrario. A costoro sono parse inverosimili le cifre indicate da Procopio. Secondo le stime degli antichi infatti la malattia a Bisanzio sarebbe durata quattro mesi, tre dei quali interessati da punte di virulenza maggiore durante le quali i decessi salirono sino alla cifra di 5.000 al giorno, per proseguire addirittura fino ai 10.000 e oltre. Tre mesi di massima virulenza con 5.000 morti al giorno implicano 450.000 morti: se consideriamo la stima di 10.000 decessi quotidiani arriviamo ai 900.000 e, visto che Procopio parla di mortalità quotidiana ancora superiore, ciò ci farebbe toccare cifre davvero impossibili.
Eppure Procopio (che tra l’altro, quando non era impegnato a fare il polemista sapeva essere uno storico sopraffino) non fu il solo a redigere quelle stime, pressoché identiche nelle testimonianze riscontrabili nella Storia ecclesiastica di Evagrio Scolastico di Antiochia, un avvocato di grande cultura, e soprattutto nella Cronacai di Tell Mahre, altra fonte di sicura affidabilità scritta in siriaco o tardo aramaico orientale, nella Mesopotamia settentrionale, nel VII secolo, che riportava una testimonianza dell’epoca andata perduta, ovvero un libro sulla pandemia scritto dallo storico ed ecclesiastico Giovanni di Efeso. Tutti condizionati da Tucidide? Difficile. Tanto più che secondo uno studio basato sull’analisi del dna proposto nel 2005, la pandemia dell’epoca di Giustiniano fu causata da una manifestazione eccezionalmente violenta e straordinariamente micidiale di yersinia pestis, la peste bubbonica: una malattia del tutto differente dal morbo citato da Tucidide, e addirittura da ogni peste nota prima di allora.
Per le popolazioni dell’impero nel 541 si trattava di un agente patogeno del tutto nuovo, contro il quale non esisteva alcuna immunità pregressa a cui fare appello. Ciò rese l’infezione non solo particolarmente virulenta ma addirittura mortale. La distinzione è d’obbligo. Solitamente, le malattie molto virulente non sono micidiali; basti pensare ai virus dell’influenza comune, letali soltanto per poche delle loro numerosissime vittime che, al contrario, possono contare su un sistema immunitario ben collaudato. Ciò non fu possibile nel 541, poiché gli agenti patogeni trasportati dai pidocchi (coi quali, considerate le condizioni igieniche dell’epoca, entrarono in contatto praticamente tutti) facevano per la prima volta la loro comparsa. Lo stesso Giustiniano fu affetto dal morbo, risultando tra i pochi fortunati, insieme al succitato Evagrio, a sopravvivere.
Gli altri, moltissimi, soccombettero, in uno scenario che senza esagerazioni dovette contemplare la morte di almeno il 50% della popolazione. Ciò che per molti studiosi andava considerato come uno degli elementi per cui si assistette a una flessione demografica, a ben vedere fu l’elemento per cui tale flessione avvenne. A supportare tale interpretazione ha concorso anche un recente studio climatologico che appurò per il periodo una drastica riduzione della deforestazione agricola, quella cioè in cui la vegetazione naturale viene sostituita con campi coltivati e d’allevamento con conseguente aumento delle mandrie di bestiame. E sappiamo tutti come i bovini siano produttori incalliti di metano, capaci di contribuire in maniera indubitabile all’aumento del biossido di carbonio nell’atmosfera nel corso di parecchie migliaia d’anni.
Si delineò così uno scenario in cui l’espansione degli insediamenti urbani, di cui abbiamo prova per ciò che concerne il V secolo e l’inizio del VI, si interruppe bruscamente dopo la metà del secolo, sostituita al massimo da piccole sacche di sopravvivenza e sussistenza nelle zone rurali, quelle meno interessate dai vettori di trasmissione del contagio. Alla luce di tali prove non appare più improbabile che almeno un terzo della popolazione dell’impero sia deceduta, risultando anzi tale stima addirittura prudente. Fu in tale scenario apocalittico che Giustiniano dovette navigare a vista, contrastando un mondo alterato in cui la perdita di braccia da sacrificare all’agricoltura comportò un’abissale penuria di beni di prima necessità, con conseguente innalzamento dei prezzi e dei salari, che un editto e una novella si sforzarono di controllare. Con buona pace di Procopio che attribuiva al sovrano la causa di tutti i mali che afflissero il martoriato impero bizantino. Se le conseguenze della peste furono devastanti sul piano economico e sociale, possiamo solo immaginare quale peso dovettero comportare in ambito militare.
Appare abbastanza scontato ammettere che se un esercito si trovasse nella condizione di perdere un terzo dei propri effettivi (per non dire la metà), i reparti in questione perderebbero quasi tutta la loro capacità di combattere. Tutti i componenti del sistema imperiale militare, i funzionari esattori delle tasse, i comandi amministrativi centrali, le officine di produzione delle armi, i depositi di provviste, il personale addetto alla costruzione delle fortezze, le navi e le flotte e i reparti militari in ogni parte dell’impero si ritrovarono in quelle stesse difficoltà, senza contare che i superstiti si saranno dispersi per evitare la pandemia o si saranno precipitati ad assistere i familiari, o saranno rimasti paralizzati dallo shock, o indeboliti dalla malattia, o demoralizzati; per cui a una mortalità del 50% sarebbe corrisposta un’incapacità di azione ben superiore.
Sarebbe stata dunque la peste a impedire a Giustiniano di ottenere anche in campo militare lo stesso successo che premiò le sue aspirazioni giurisprudenziali e architettoniche, queste ultime testimoniate dal solito Procopio che nel suo Peri ktismaton, “Sugli edifici”, descrisse le chiese, le fortezze e tutti gli altri edifici che Giustiniano eresse o migliorò, compresa la grandiosa Hagia Sophia, il cui immenso duomo sorprende ancor oggi i visitatori, e il cui schema, riprodotto in modo più o meno felice in migliaia di chiese in tutto il mondo, rifletteva inconfutabilmente le sue immense ambizioni. Le stesse che invece i detrattori dell’imperatore accusarono avesse voluto estendere ipertroficamente al campo militare, assecondando una strategia miope che l’avrebbe spinto a dilatare i confini dell’impero spingendolo a un’impresa che le sue capacità non potevano supportare.
Avendo ereditato una guerra con i sempre aggressivi sasanidi quando salì al trono, Giustiniano avrebbe dovuto sapere che il fronte persiano doveva essere sempre ben presidiato, in pace come in guerra. Le forze militari rimaste sarebbero state necessarie per il “fronte settentrionale” dell’impero, dalla Dalmazia al Danubio, che non era attaccato nel 533 ma lo sarebbe stato, prima o poi, dato il permanere della turbolenza dei popoli oltre i confini imperiali. Quella del fronte settentrionale era in realtà la difesa del perimetro principale dell’impero, che proteggeva le preziose terre sub-danubiane fino all’Adriatico e anche la Grecia, la Tracia e di conseguenza la stessa Costantinopoli. Senza contare che il fronte settentrionale comprendeva anche la zona principale di reclutamento dell’esercito imperiale, compreso il villaggio vicino al forte di Bederiana dove lo stesso Giustiniano era nato ed era vissuto quando si chiamava ancora Flavio Pietro Sabbazio.
Dunque, sempre seguendo il filo di tanto accorti analisti, inviare spedizioni tanto lontano – non importa se alla volta dei ricchi campi di grano dell’Africa o per riconquistare la venerata Prima Roma – trascurando la difesa proprio del retroterra della capitale dell’impero, costituì di conseguenza un errore strategico talmente ovvio da far pensare alla mente di un folle, non a quella del Giustiniano che conosciamo. Eppure basterebbe aggiungere all’equazione la variabile “peste bubbonica” per comprendere un comportamento altrimenti inspiegabile. Fu il morbo a rovinare l’impero, riducendo drasticamente la sua potenza militare di fronte a nemici meno esposti in quanto meno urbanizzati, oppure perché meno organizzati, di conseguenza meno vulnerabili a un crollo istituzionale. Ciò ad esempio permise ai goti di ricominciare a combattere appena un anno dopo le imprese compiute da Belisario in Italia, ottenendo successi contro guarnigioni falcidiate dal morbo e per ciò incapaci di una reazione efficace.
Se a ciò si aggiunge che dal 541 i goti avevano trovato in Totila un re carismatico e per giunta in grado non solo di ricucire i dissidi interni, ma anche di dimostrare abilità sul campo di battaglia, fu quasi fisiologico assistere alla perdita di Roma all’inizio nel 546 e una seconda volta nel 550. Giustiniano ebbe la forza di fare ciò che difficilmente altri sovrani avrebbero saputo compiere. Seppe cioè reagire una prima volta ricorrendo ancora a Belisario, l’uomo per tutte le stagioni, e infine a Narsete, l’abile tattico che sfruttando appieno la superiorità degli arcieri bizantini, nel 552 ebbe ragione dei goti a Busta Gallorum e sui monti Lattari; poi nel 554 sul fiume Casilino (oggi Volturno) presso Napoli seppellì letteralmente sotto una gragnuola di frecce le velleità dei franchi, che avevano pensato bene di approfittare del caos imperante in Italia per ritagliarsi qualche conquista.
E in effetti, la penisola che Giustiniano restituiva alla corona era ben diversa da quella che aveva visto l’esordio della guerra. A dispetto della retorica ufficiale, che celebrò la restaurazione della libertà e il ritorno della felicità passata annunciando come l’Italia fosse stata riportata a migliori condizioni, essa piuttosto aveva molto sofferto per le campagne prolungate, per gli assedi, i saccheggi e le distruzioni nelle città, la peste e la carestia. La popolazione di Roma, già precipitata a circa 200.000 abitanti dopo il sacco del 410 e probabilmente a 100.000 all’inizio del secolo, alla fine della guerra non superava i 30.000 cittadini. Una parte dell’aristocrazia romana o era stata decimata dai goti o si è rifugiata nei propri possedimenti meglio protetti; o addirittura era emigrata a Costantinopoli, come Cassiodoro, che vi si stabilì nel 550, prima di ritirarsi a Vivarium, nel monastero che vi aveva fondato.
La città, che aveva perduto un gran numero dei propri artigiani e commercianti, accogliendo contemporaneamente rifugiati dalle campagne, era sulla strada della ruralizzazione, al pari di altri siti che videro contrarsi drammaticamente la propria popolazione, quando non furono addirittura abbandonati a beneficio di locazioni arroccate su alture o meglio difese. Soltanto Ravenna, risparmiata dalla guerra, mantenne il proprio rango in ragione della sua funzione di capitale e dell’importanza dei suoi rapporti con l’Oriente: il resto fu desolatamente condensato dalle parole di papa Pelagio, che così deplorava le devastazioni subite: «Italiae praedia ita desolata sunt, ut ad recuperationem earum nemo sufficiat», “I poderi italiani sono così devastati da essere irrecuperabili”.
. Nonostante le dichiarazioni della Prammatica Sanzione del 554, finalizzate a restaurare l’amministrazione e la società romana tradizionali, l’Italia diverrà una provincia marginale che Bisanzio, essa stessa attaccata su altri fronti, difenderà malamente contro i nuovi assalti. Eppure Giustiniano poteva baldanzosamente affermare di aver raggiunto i propri obiettivi. Aveva riconquistato l’Africa settentrionale da Tunisi, lungo la costa algerina, fin quasi alla punta settentrionale del Marocco, raggiungendo così l’Atlantico e, oltre lo stretto, una fetta della penisola iberica in quella che è oggi la Spagna sud-orientale. A questa aveva aggiunto la riappropriazione di tutte le isole (Baleari, Corsica, Sardegna e Sicilia), oltre naturalmente all’intera Italia. In tal modo aveva restituito all’impero due province produttive, l’Africa e la Sicilia, che costituiranno un supporto utile, l’una per più di un secolo, l’altra per circa tre. Senza contare che, a parte un tratto della costa iberica e la costa meridionale della Gallia, lungo le quali non esisteva alcuna potenza navale rivale, l’intero Mediterraneo era in pratica tornato a essere di nuovo il Mare Nostrum, dove la marina bizantina non aveva rivali.
Insomma a ben vedere, quello ottenuto da Giustiniano non fu il successo effimero di un avventuriero militare, bensì il coronamento di un afflato politico ben più vasto. Occorre dunque valutare l’operato di quest’uomo infaticabile, dotato di un’intelligenza eccezionale, alla luce di un ideale imperiale che manteneva ancora in piedi il sogno della dominazione rivendicata da Roma, e ormai dalla Nuova Roma. Tale tradizione, ancora proclamata nella prefazione del Codice, fu la stessa che animò, come si è visto, il suo tentativo di ricerca della concordia religiosa che portò nel 544 all’emissione di un editto, detto dei «Tre Capitoli», teso a condannare alcuni scritti di tendenza nestoriana della scuola di Antiochia, nella speranza di conciliarsi i monofisiti, persuadendoli che Calcedonia era fedele alla cristologia alessandrina.
Lungi dal procurare la pace, l’editto scontenterà contemporaneamente Roma, gli ambienti calcedoniani e i monofisiti: il quinto concilio ecumenico, il secondo convocato a Costantinopoli, nel 553-54, confermerà i quattro concili precedenti e l’interpretazione imperiale; ma occorsero forti pressioni per convincere papa Vigilio, che si rifiutò di prender parte alle sessioni benché fosse presente a Costantinopoli, a ratificarlo, mentre numerosi vescovi recalcitranti furono esiliati o incarcerati.
Mentre Giustiniano continuava a dibattersi in tutti i campi, interpretando a trecentosessanta gradi l’essenza della basileia, il mondo che tentava disperatamente di tenere unito si sfaldava sotto i colpi impietosi di una realtà che ormai esulava dalle volontà specifiche dell’imperatore.
L’innegabile estensione del suo impero dovette fare i conti con l’insufficienza delle truppe preposte a proteggerne i confini. Così avvenne sul limes danubiano, dove la caduta di Attila prima e la successiva partenza dei goti per l’Italia avevano lasciato i territori a nord del Danubio in mano a differenti popoli barbari germanici: gepidi e longobardi in Pannonia, eruli intorno a Singidunum, sclaveni tra il Danubio e il nord dei Carpazi, anti tra Danubio e Dnestr, e infine gruppi turchi di bulgari sul Basso Danubio, cutriguri e utiguri nelle steppe a nord del Mar Nero. Costoro, approfittando di una struttura amministrativa gravemente indebolita, in uno scenario contraddistinto da frontiere spogliate dei difensori, capisaldi abbandonati, province un tempo prospeose in rovina, riuscirono a effettuare a partire dal 540, numerosi incursioni, alcune delle quali devastanti, fin sotto le mura di Costantinopoli e l’istmo di Corinto. Secondo l’abituale strategia, Giustiniano cercò di manovrare un gruppo contro l’altro ma con successo limitato, consacrando al tempo stesso grandi sforzi per la fortificazione del limes e dei Balcani in generale, dove Procopio gli attribuì la costruzione di 600 piazzeforti. Così tentò di mettere una toppa, nel 540-42, quando gruppi di slavi, la cui presenza a nord del Danubio era attestata fin dagli inizi del VI secolo, superarono di nuovo il fiume; nel 550, quando ancora gli slavi devastarono anche la Tracia e s’impadronirono della città di Topiros; e ancora nel 550 e nel 551, quando quei barbari infaticabili si spinsero fino a Tessalonica mentre un altro gruppo si affacciava fino alle Lunghe Mura di Costantinopoli e nell’anno successivo devastava nuovamente l’Illirico.
Tanti strappi dimostrarono che non era più il tempo delle vacche grasse, quelle che avevano permesso all’impero di essere eccezionalmente produttivo al punto da garantirsi entrate fiscali che consentivano il pagamento di forti sussidi ai vicini troppo aggressivi, i quali provvedevano a far rapidamente rientrare quello stesso oro nelle casse dello Stato in cambio dei numerosi beni che desideravano ma non erano in grado di produrre. La contrazione economica subita a causa della peste costrinse Giustiniano a ripiegare sulla rudimentale strategia di Teodosio, le cui dimensioni “diplomatiche” erano basate su una semplice aritmetica di guerra e di pace.
Così, quando nel 559 torme di cutriguri e sclaveni provenienti dalle steppe del Ponto e riunite sotto la guida di un capo chiamato Zabergan si spinsero fin sotto le mura della capitale, seminando un terrore che spinse Agazia Scolastico ad abbandonarsi ai soliti eccessi e a indulgere nel narrarli ai suoi lettori, deliziandoli con racconti in cui «donne di buona nascita che conducevano una vita casta furono trascinate via con crudele violenza e costrette a subire la peggiore delle sciagure, quella di soddisfare le voglie sfrenate dei barbari», Giustiniano si ritrovò a dover “scongelare” il cinquantatreenne Belisario, porlo a capo di 300 veterani della guardia cerimoniale imperiale e di una folla di volontari – di meglio non c’era a Costantinopoli e dintorni – e sperare che il vecchio generale svolgesse come sempre il suo compito, cosa che puntualmente avvenne.
Eppure, a sottolineare quanto ormai l’impero versasse in cattive acque, fu il fatto che nonostante la minaccia fosse vanificata, non di meno Giustiniano fu costretto a sganciare un’ingente cifra per riscattare i prigionieri. Allo stesso modo l’imperatore dovette versare un considerevole tributo annuale, pari a 30.000 nomismata, quando più o meno contemporaneamente sottoscrisse le clausole di una pace quinquennale con la Persia sasanide, acquietando un fronte che da sempre aveva rappresentato una ferita aperta. Secondo quanto riferito da Menandro, la Persia rinunciava a ogni rivendicazione sulla Lazica, che aveva ripreso dal 541 al 549, mentre i due imperi s’impegnavano a non accogliere più i fuggitivi di competenza dell’altro Stato e a non costruire nuove fortificazioni nelle vicinanze della frontiera, decidendo di concentrare gli scambi commerciali in alcune città prestabilite quali Callinico, Nisibi, Dvin e Dara.
Fu dunque evidente che Giustiniano non poteva contare su quelle risorse che gli avrebbero permesso di intraprendere una guerra sicuro del successo, ma fu anche vero che le ultime iniziative dell’imperatore furono animate da una considerazione differente. Egli infatti doveva ormai constatare con amarezza che una vittoria completa avrebbe comportato come unico risultato definitivo il suo costo, mentre i benefici sarebbero stati soltanto provvisori: si era giunti infatti a una condizione secondo la quale l’eliminazione di un nemico non avrebbe fatto altro che lasciare il posto a un altro, magari più pericoloso.
Fu esattamente quanto avvenne per l’Italia, in cui l’invasione longobarda del 568 avrebbe sostanzialmente vanificato tutti gli sforzi profusi da Bisanzio per la riconquista. Per non parlare di ciò che avverrà dal 622 in poi, quando non solo l’impero ma addirittura l’Occidente dovrà fare i conti con la potenza devastante dell’Islam. Così il “demone”, dipinto da Dante come il saggio legislatore, il modello dell’imperatore ideale, il gigante a cui nella finzione poetica aveva affidato il compito di esaltare il ruolo dell’imperium, duramente minacciato dalla decadenza dei tempi, subiva il contrappasso cedendo il posto a un diavolo forse più grande di lui. Morì a Costantinopoli, sembra di vecchiaia, il 14 novembre 565.


DANTE E GIUSTINIANO
Al tempo di Dante le notizie sull'imperatore erano lacunose e questo spiega forse il fatto che il poeta ignori i molti misfatti di cui Giustiniano si macchiò durante il suo principato, facendone la figura di un monarca esemplare in pieno accordo con la funzione spirituale della Chiesa. Infondata anche la notizia del monofisismo di Giustiniano, tratta dalle fonti storiche medievali e, forse, da Brunetto Latini (Trésor, I, 87). Sembra improbabile che Dante non sapesse chi fosse stato Giustiniano.
Dante lo include tra gli spiriti operanti per la gloria terrena che gli appaiono nel II Cielo del Paradiso, presentandolo nei Canti V, VI e VII della III Cantica: dopo che Dante e Beatrice sono ascesi nel Cielo di Marcurio, si fanno incontro al poeta più di mille anime avvolte dalla luce, una delle quali lo invita a porgli liberamente delle domande (V, 85 ss.). Dante risponde di non sapere il suo nome, né per quale motivo goda di un grado di beatitudine superiore solo a quello dei beati del I Cielo. Il beato accresce il proprio splendore, offuscando totalmente la figura dentro la luce, quindi risponde con un lungo e complesso discorso che occupa integralmente il Canto VI e riguarda principalmente l'Impero, rientrando quindi nel tema politico che è sempre toccato dal VI Canto di ogni Cantica.
Giustiniano si presenta narrando la sua vita (VI, 1-27), dichiarando di essere stato imperatore romano e di aver regnato a Costantinopoli duecento anni dopo il trasferimento della capitale voluto da Costantino, nonché di aver sfrondato le leggi dal troppo e dal vano (allude all'emanazione del Corpus iuris civilis). Confessa di aver aderito in vita all'eresia del monofisismo, dalla quale lo aveva tratto papa Agapito riportandolo alla fede; quindi si era dedicato alla riconquista militare dell'Occidente, affidando tale impresa al generale Belisario. A questo punto Giustiniano sente la necessità di far seguire una aggiunta alla risposta alla prima domanda di Dante, ripercorrendo (28-96) le fasi essenziali della storia di Roma e dell'Impero attraverso il percorso dell'aquila, ovvero del simbolo dell'Impero (il suo racconto spazia dal periodo di Roma monarchica e dell'antica Repubblica fino ai trionfi di Scipione e Pompeo, per poi arrivare a Giulio Cesare, Augusto, Tiberio, Tito e, infine, a Carlo Magno). Al termine di questa digressione (97-111), Giustiniano rivolge una dura invettiva a Guelfi e Ghibellini, colpevoli i primi di contrapporre al sacrosanto segno dell'aquila imperiale i gigli gialli della monarchia francese, i secondi di appropriarsi di quel simbolo di giustizia per i loro interessi di parte.
Alla fine del Canto VI (112-126) Giustiniano risponde alla seconda domanda di Dante, indicando i beati di quel Cielo come gli spiriti che hanno operato per la gloria terrena, i cui desideri sono stati rivolti ai beni materiali e meno all'amore divino, ragion per cui godono di un basso grado di beatitudine. Tuttavia, aggiunge, essi non desiderano una ricompensa maggiore, poiché godono della giustizia divina tanto quanto tutti gli altri spiriti. Indica infine a Dante (127-142) l'anima di Romeo di Villanova, il ministro del conte di Provenza Raimondo Berengario IV la cui opera virtuosa fu sgradita al suo signore: nonostante avesse procurato matrimoni onorevoli alle quattro figlie del conte e avesse aumentato le rendite statali, Raimondo, eccitato dall'invidia di altri cortigiani, gli aveva chiesto conto del suo operato. Romeo se n'era andato povero come quando era venuto e se il mondo sapesse con quanta dignità si ridusse a mendicare, lo loderebbe più di quanto già non faccia. Alla fine del suo lungo discorso, Giustiniano intona l'inno Osanna, sanctus Deus sabaoth, quindi si allontana sfolgorando insieme alle altre anime (VII, 1-9).

«Poscia che Costantin l’aquila volse
contr’al corso del ciel, ch’ella seguio
dietro a l’antico che Lavina tolse,

3 cento e cent’anni e più l’uccel di Dio
ne lo stremo d’Europa si ritenne,
vicino a’ monti de’ quai prima uscìo;

6 e sotto l’ombra de le sacre penne
governò ‘l mondo lì di mano in mano,
e, sì cangiando, in su la mia pervenne.

9 Cesare fui e son Iustiniano,
che, per voler del primo amor ch’i’ sento,
d’entro le leggi trassi il troppo e ‘l vano.

12 E prima ch’io a l’ovra fossi attento,
una natura in Cristo esser, non piùe,
credea, e di tal fede era contento;

15 ma ‘l benedetto Agapito, che fue
sommo pastore, a la fede sincera
mi dirizzò con le parole sue.

18 Io li credetti; e ciò che ’n sua fede era,
vegg’io or chiaro sì, come tu vedi
ogni contradizione e falsa e vera.

21 Tosto che con la Chiesa mossi i piedi,
a Dio per grazia piacque di spirarmi
l’alto lavoro, e tutto ‘n lui mi diedi;

24 e al mio Belisar commendai l’armi,
cui la destra del ciel fu sì congiunta,
che segno fu ch’i’ dovessi posarmi.

27 Or qui a la question prima s’appunta
la mia risposta; ma sua condizione
mi stringe a seguitare alcuna giunta,

30 perché tu veggi con quanta ragione
si move contr’al sacrosanto segno
e chi ‘l s’appropria e chi a lui s’oppone.

33 Vedi quanta virtù l’ha fatto degno
di reverenza; e cominciò da l’ora
che Pallante morì per darli regno.

36 Tu sai ch’el fece in Alba sua dimora
per trecento anni e oltre, infino al fine
che i tre a’ tre pugnar per lui ancora.

39 E sai ch’el fé dal mal de le Sabine
al dolor di Lucrezia in sette regi,
vincendo intorno le genti vicine.

42 Sai quel ch’el fé portato da li egregi
Romani incontro a Brenno, incontro a Pirro,
incontro a li altri principi e collegi;

45 onde Torquato e Quinzio, che dal cirro
negletto fu nomato, i Deci e ‘ Fabi
ebber la fama che volontier mirro.
48 Esso atterrò l’orgoglio de li Aràbi
che di retro ad Annibale passaro
l’alpestre rocce, Po, di che tu labi.

51 Sott’esso giovanetti triunfaro
Scipione e Pompeo; e a quel colle
sotto ’l qual tu nascesti parve amaro.

54 Poi, presso al tempo che tutto ’l ciel volle
redur lo mondo a suo modo sereno,
Cesare per voler di Roma il tolle.

57 E quel che fé da Varo infino a Reno,
Isara vide ed Era e vide Senna
e ogne valle onde Rodano è pieno.

60 Quel che fé poi ch’elli uscì di Ravenna
e saltò Rubicon, fu di tal volo,
che nol seguiteria lingua né penna.

63 Inver’ la Spagna rivolse lo stuolo,
poi ver’ Durazzo, e Farsalia percosse
sì ch’al Nil caldo si sentì del duolo.
66 Antandro e Simeonta, onde si mosse,
rivide e là dov’Ettore si cuba;
e mal per Tolomeo poscia si scosse.

69 Da indi scese folgorando a Iuba;
onde si volse nel vostro occidente,
ove sentia la pompeana tuba.

72 Di quel che fé col baiulo seguente,
Bruto con Cassio ne l’inferno latra,
e Modena e Perugia fu dolente.

75 Piangene ancor la trista Cleopatra,
che, fuggendoli innanzi, dal colubro
la morte prese subitana e atra.

78 Con costui corse infino al lito rubro;
con costui puose il mondo in tanta pace,
che fu serrato a Giano il suo delubro.

81 Ma ciò che ‘l segno che parlar mi face
fatto avea prima e poi era fatturo
per lo regno mortal ch’a lui soggiace,

84 diventa in apparenza poco e scuro,
se in mano al terzo Cesare si mira
con occhio chiaro e con affetto puro;

87 ché la viva giustizia che mi spira,
li concedette, in mano a quel ch’i’ dico,
gloria di far vendetta a la sua ira.

90 Or qui t’ammira in ciò ch’io ti replìco:
poscia con Tito a far vendetta corse
de la vendetta del peccato antico.

93 E quando il dente longobardo morse
la Santa Chiesa, sotto le sue ali
Carlo Magno, vincendo, la soccorse.

96 Omai puoi giudicar di quei cotali
ch’io accusai di sopra e di lor falli,
che son cagion di tutti vostri mali.

99 L’uno al pubblico segno i gigli gialli
oppone, e l’altro appropria quello a parte,
sì ch’è forte a veder chi più si falli.

102 Faccian li Ghibellin, faccian lor arte
sott’altro segno; ché mal segue quello
sempre chi la giustizia e lui diparte;

105 e non l’abbatta esto Carlo novello
coi Guelfi suoi, ma tema de li artigli
ch’a più alto leon trasser lo vello.

108 Molte fiate già pianser li figli
per la colpa del padre, e non si creda
che Dio trasmuti l’arme per suoi gigli!

111 Questa picciola stella si correda
di buoni spirti che son stati attivi
perché onore e fama li succeda:

114 e quando li disiri poggian quivi,
sì disviando, pur convien che i raggi
del vero amore in sù poggin men vivi.

117 Ma nel commensurar d’i nostri gaggi
col merto è parte di nostra letizia,
perché non li vedem minor né maggi.

120 Quindi addolcisce la viva giustizia
in noi l’affetto sì, che non si puote
torcer già mai ad alcuna nequizia.

123 Diverse voci fanno dolci note;
così diversi scanni in nostra vita
rendon dolce armonia tra queste rote.

126 E dentro a la presente margarita
luce la luce di Romeo, di cui
fu l’ovra grande e bella mal gradita

. 129 Ma i Provenzai che fecer contra lui
non hanno riso; e però mal cammina
qual si fa danno del ben fare altrui.

132 Quattro figlie ebbe, e ciascuna reina,
Ramondo Beringhiere, e ciò li fece
Romeo, persona umìle e peregrina.

135 E poi il mosser le parole biece
a dimandar ragione a questo giusto,
che li assegnò sette e cinque per diece,

138 indi partissi povero e vetusto;
e se ‘l mondo sapesse il cor ch’elli eb
be mendicando sua vita a frusto a frusto,

assai lo loda, e più lo loderebbe».

Parafrasi
«Dopo che Costantino portò l'aquila imperiale contro il corso del cielo (da Occidente a Oriente), che essa seguì dietro a Enea che prese in sposa Lavinia, l'uccello divino rimase più di duecento anni nell'estremità dell'Europa, vicino ai monti della Troade dai quali iniziò il suo volo;
e lì governò il mondo all'ombra delle penne sacre, passando di mano in mano, fino a giungere nelle mie.
Fui imperatore romano e mi chiamo Giustiniano: sono colui che, ispirato dallo Spirito Santo, eliminai dalle leggi ciò che era superfluo e ciò che era inutile.
E prima che mi dedicassi a quest'opera, credevo che in Cristo ci fosse la sola natura divina, ed ero contento di questa fede;
ma il benedetto Agapito, che fu sommo pontefice, mi indirizzò alla vera fede con le sue parole.
Io gli credetti; e ora vedo ciò che era nella sua fede così chiaramente, come tu vedi che in un giudizio contraddittorio c'è una frase vera e una falsa.
Non appena rientrai in seno alla Chiesa, Dio volle per sua grazia ispirarmi l'alta opera (il Corpus iuris civilis) e io mi dedicai anima e corpo ad esso;
e affidai le armi al mio generale Belisario, che fu assistito dal cielo a tal punto che ciò fu segno che io dovessi fermarmi.
Ora qui termina la mia prima risposta; ma ciò che ho detto mi induce a far seguire una aggiunta, affinché tu veda quanto ingiustamente agiscano contro il sacrosanto simbolo dell'aquila sia coloro che se ne appropriano (i Ghibellini), sia coloro che gli si oppongono (i Guelfi).
Vedi quanta virtù ha reso il segno degno di riverenza; e ciò iniziò dal giorno in cui Pallante morì per assicurargli un regno.
Tu sai che esso dimorò più di trecento anni ad Alba Longa, fino al momento in cui Orazi e Curiazi lottarono ancora per lui.
E sai cosa fece dal ratto delle Sabine fino all'oltraggio a Lucrezia, all'epoca dei sette re di Roma, vincendo i popoli circonvicini.
Sai che cosa fece, portato dai nobili Romani contro Brenno e Pirro, e contro altre repubbliche e monarchi dell'Italia;
per cui Torquato e Quinzio Cincinnato, che fu detto così per la chioma trascurata, nonché Deci e Fabi ebbero la fama che io volentieri onoro.
Esso abbatté l'orgoglio dei Cartaginesi che al seguito di Annibale passarono le Alpi, dalle quali tu, o fiume Po, discendi.
Sotto di esso trionfarono, da giovani, Scipione e Pompeo; e parve amaro a quel colle (Fiesole) sotto il quale tu sei nato.
Poi, quando fu vicino il tempo in cui il Cielo volle far diventare tutto il mondo sereno a sua immagine (per la nascita di Cristo), Cesare assunse il segno dell'aquila per volere di Roma.
E ciò che esso (con Cesare) fece in dal fiume Varo fino al Reno, lo videro l'Isère, la Loira, la Senna e ogni valle di cui è pieno il Rodano.
Quello che fece dopo essere uscito da Ravenna ed aver passato il Rubicone, fu un volo così veloce che né la lingua né la penna potrebbero descriverlo.
Rivolse le truppe contro la Spagna e poi verso Durazzo, e colpì Farsàlo a tal punto che il dolore arrivò sino al caldo Nilo.
L'aquila rivide il porto di Antandro e il fiume Simoenta da cui si mosse, e il sepolcro di Ettore; e poi ripartì per l'Egitto, con nefaste conseguenze per Tolomeo.
Da lì scese come una folgore contro Giuba, re di Mauritania, e poi si portò nell'Occidente del vostro mondo, dove sentiva la tromba dei Pompeiani.
Di quello che esso fece col successore di Cesare (Ottaviano), Bruto e Cassio ancora latrano nell'Inferno e Modena e Perugia ne furono dolenti.
Ne piange ancora la triste Cleopatra, che, fuggendogli davanti, si diede la morte improvvisa e atroce col serpente.
Con Ottaviano l'aquila corse fino al Mar Rosso; con lui ridusse il mondo in pace, al punto che fu chiuso il tempio di Giano.
Ma ciò che il segno di cui parlo aveva fatto in precedenza e avrebbe fatto dopo per il regno mortale che gli è sottomesso, diventa poca cosa in apparenza se lo si paragona a ciò che fece col terzo imperatore (Tiberio), se si guarda con chiarezza e sincerità;
infatti la giustizia divina che mi ispira gli concesse, in mano a Tiberio, la gloria di punire il peccato originale (con la crocifissione di Cristo).
Ora prendi ammirazione per ciò che aggiungo: in seguito con Tito corse a vendicare la vendetta dell'antico peccato (con la distruzione di Gerusalemme).
E quando la violenza dei Longobardi si rivolse contro la Santa Chiesa, Carlo Magno la soccorse sotto le ali dell'aquila, sconfiggendo quel popolo.
Ormai puoi giudicare la condotta di quelli che ho accusato prima e le loro colpe, che sono causa di tutti i vostri mali.
Gli uni (i Guelfi) oppongono al simbolo imperiale i gigli gialli della casa di Francia, e gli altri (i Ghibellini) se ne appropriano per la loro parte politica, così che è arduo stabilire chi sbagli di più.
I Ghibellini facciano la loro politica sotto un altro simbolo, giacché chi lo separa sempre dalla giustizia ne fa un cattivo uso;
e non creda di abbatterlo coi suoi Guelfi Carlo II d'Angiò, ma abbia timore dei suoi artigli che scuoiarono leoni più feroci di lui.
Molte volte i figli hanno già pagato per le colpe dei padri, e quindi non creda Carlo che Dio cambi il proprio simbolo con i suoi gigli!
Questo piccolo pianeta (Mercurio) accoglie i buoni spiriti che sono stati attivi nella ricerca dell'onore e della fama:
e quando i desideri sono rivolti a questo, così deviando dal loro fine, è inevitabile che l'amore sia meno rivolto verso Dio.
Tuttavia, se paragoniamo i nostri premi col nostro merito, ciò ci induce letizia, poiché non li vediamo né minori né maggiori.
In tal modo la giustizia divina addolcisce il nostro sentimento, così che esso non può mai essere rivolto a un pensiero malvagio.
Diverse voci producono dolci melodie; così i diversi gradi della nostra beatitudine rendono una dolce armonia in questi Cieli.
E dentro questa stella risplende la luce di Romeo di Villanova, la cui opera bella e grande fu poco apprezzata.
Ma i Provenzali, che agirono contro di lui, non hanno riso (furono puniti) e dunque percorre una cattiva strada chi è invidioso e considera un proprio danno le buone azioni degli altri.
Raimondo Berengario ebbe quattro figlie, ognuna sposa di re, e ciò fu il risultato dell'opera di Romeo, persona umile e straniera.
E poi le parole invidiose dei cortigiani lo indussero a chiedere conto dell'operato di quel giusto, che aveva accresciuto le rendite statali, per cui Romeo se ne andò povero e vecchio;
e se il mondo sapesse con quanta dignità si ridusse a mendicare il pane, lo loderebbe ancor più di quanto già non faccia».

Eugenio Caruso - 16 gennaio 2018

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